di Antonio Pazzaglia
 
VIAGGIO AI BORDI DEL QUOTIDIANO
 
L'orizzonte è circolare e raggruma una crosta spessa, pesante,corrugata. Profonde crepe percorrono le superfici,corrusche di pigmenti d'oro e d'argento, isolando frammenti di luce riflessa in un reticolo tellurico disegnato da una mano impazzita che in raptus di frenesia, ha percorso il segno abbandonandosi al caso.
 
In questo mare di terre riarse si aggirano steli altissimi di donne e uomini allampanati, fragili nelle articolazione, ma robusti nelle radici dei piedi; guardano un orizzonte invisibile e i loro corpi fremono in una scossa alternata che li stira e li allunga in una verticalità celeste.
 
Lasciano scolpiti scolpiti nell'aria, segni misteriosi: cifre, lettere, misure o figure legate tra loro da abbracci gestuali, mimica di una volontà comunicativa incontrollata e incontrollabile. Sono linee che legano colore a colore, forma a forma, delirio a delirio e che urlano la propria necessità di esistere di occupare, con ordine e discrezione, ogni piccolo spazio di libertà espressiva rubato all'universo della quotidianeità.
 
Tutto intorno zolle riarse si accumulano, disfacendosi nello sforzo in ragnatele di crepe, alcune opache, altre luminescenti, all'interno di forme geo-metriche ancestrali, tonde e gonfie come pance incinte feconde di impulsi creazionali e fertili di se stesse.
 
Ogni presenza è un parto, notturno,nascosto nel buio della solitudine di una notte di concentrazione, senza sapere con precisione quale creatura sta crescendo, per poi stupirsi dello stupore del bambino che vive in questi luoghi, nascosto tra elefanti, pappagalli, improbabili vegetali e forme di colore galleggianti nella fumosa atmosfera che avvolge il visitatore.

 
Non esiste una linea che lega questa realtà, il pensiero sembra apparire perchè nulla si può fermare, tutto è in evoluzione in un processo di accumulo indefesso che, quando pare raggiungere una meta, subito dopo la tradisce spostando l'obiettivo in altre direzioni, quasi come se il tempo non bastasse a riempire questo spazio difficilmente limitabile.
 
Questo pianeta è nascosto, nascosto nello spazio di una casa, tra libri, divani, mobili di ogni sorta, una cucina, una sala, la musica, le parole, una famiglia numerosa; qui vive il manovratore, deus ex machina di questo universo, libero da condizionamenti morali, da imposizioni stilistiche e da doveri messianici che spesso si pretendono da coloro che, rinunciando al bel vestito, dichiarano in semplicità : "quello che non ho è quello che non mi manca" (1) e dedicano le proprie energie alla ricerca della forma perfetta dell'inutilità terrena.
 
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(1) Fabrizio de Andrè "Quello che non ho"
 
Perugia, 1/11/2005